Ceramic urban art

L’associazione SpazioAmbiente in collaborazione con l’artista Giulio Perfetti ha organizzato per il Comune di Appignano, un evento dedicato alla ceramica artistica.

L’intento è stato quello di coinvolgere artisti ed artigiani locali in un’esperienza di interscambio culturale dei diversi modi di concepire l’utilizzo della terracotta, da quello tradizionale a quello delle ultime sperimentazioni, che valorizzi le peculiarità del territorio ispirandosi a Bellente, il brigante che difese la storia e la cultura del proprio paese dalle invasioni di una globalizzazione ante litteram aliena da ogni spiritualità e rispetto per le diversità.
Per l’esposizione permanente delle opere sono state individuate come spazio ideale le pareti interne delle gallerie adiacenti le tre porte d’accesso al centro storico, che costituirà il nucleo di un futuro museo all’aperto della ceramica.

artisti invitati

Sandro Bisonni
Agostino Cartuccia
Donatella Fogante
Mauro Mazziero 
Sandro Messi
Giulio Perfetti
 
testo critico
 
Roberto Cresti
 
LE VIOLE DI GRAMIGNA

 In questi ultimi tempi sta succedendo nel nostro paese qualcosa di strano e insieme di perfettamente comprensibile: dopo anni (sono in realtà decenni) di evaporazione del pensiero e del gusto (quel poco che ne resta) nell’universo cosiddetto “virtuale”, si avverte, di nuovo, il bisogno di dar voce all’immediatezza rappresentativa dei sensi. L’arte di solito è un risarcimento, non una consolazione, per quanto manca alla vita e, in questo caso, nel caso voglio dire di questa mostra, essa sembra esprimersi con una semplicità di forme che ci vengono incontro senza richiederci sforzi intellettuali o la conoscenza di protocolli teorici. I temi stessi delle opere si riferiscono a qualcosa di non inquadrabile entro categorie precise, come se ogni definizione – si tratti dell’identità di un uomo vissuto nel passato, della silhouette d’un corpo o di un simbolo –, fosse legata al nostro polso con la mobile precarietà di quei palloncini che da bambini tutti abbiamo avuto in dono in una domenica pomeriggio. È una sensazione gradevole che non deve trasformarsi in conoscenza, ma che, semplicemente, richiede di vedere ogni opera in continuità con il contesto che la accoglie.

Questo non significa rinunciare a pensare, ma farlo in sintonia con l’ambiente, sentendo ogni particolare in continuità con ciò che lo circonda. Sembra un atto semplice e invece non lo è. Noi siamo infatti portati ad avere con la vita un rapporto strumentale e quasi meccanico, un poco come avviene quando, guidando l’automobile, percepiamo la strada solo attraverso la marcia che ci viene richiesta dal motore; oppure, che è lo stesso, ci poniamo solo il problema di attribuire a ciò che ci interessa un prezzo. Manca cioè, alla nostra esperienza, la sintonia con le cose, quella sintonia che qualsiasi essere intelligente ricerca quando, attratto da un aspetto del mondo, sente di doversi ad esso conformare come a una parte di sé che ancora non conosce. L’arte, purtroppo, per molto tempo ha rinunciato a favorire nel pubblico una tal educazione, preferendo la tecnica dello shock o quella di un ostentato élitismo. Ma, lo si è detto in apertura, qualcosa forse sta cambiando: lo vediamo, lo sentiamo. E basta camminare per le strade di Appignano non per gridare a una “inversione dei poli terrestri” – che lasciamo volentieri ad altri – ma per scoprire che qualche dettaglio, qualche forma creata con intelligenza, riesce a ridare vita a un muro, a una volta.

Più che a scoprire l’ignoto, in verità, noi dovremmo abituarci a guardare quello che abbiamo sotto gli occhi, e che l’incuria di coloro i quali avrebbero dovuto vigilare sul comune patrimonio di storia e di natura ha spesso danneggiato o reso volgare; dovremmo cominciare a riscoprirci abitanti dei luoghi in cui abitiamo. Tutto, nel nostro paese, fino a un certo momento è stato fatto con cura, e ciò per cui siamo conosciuti nel mondo appartiene al tempo che precede quel momento. Quale? Basta guardarsi intorno per rispondere; basta vedere come è stato fatto un tetto, una strada; aperta una finestra; alzato o elevato un edificio. Abbiamo i centri storici più belli della terra e le periferie più brutte. Si contino gli anni come si fa con gli anelli dei tronchi degli alberi abbattuti e la risposta apparirà – ammesso che ne valga ancora la pena – solare. Sì, siamo a terra, ma non siamo abbattuti; soprattutto dobbiamo ricominciare da qualche parte; e la prima cosa da curare è l’educazione di tutti, quella vera, quella che resta nelle persone a libri chiusi.

Così piace pensare che questa mostra costituisca un atto educativo involontario; un piccolo segnale di risveglio comune che nasce da una semplicità voluta, consapevole, quale sarebbe di una favola per adulti. Essa sollecita la memoria e la riformula. Siamo italiani e dunque la memoria e la storia sono per noi ciò che è il ghiaccio per gli eschimesi: toglieteglielo e finiscono in acqua. Dunque si apprezza la forma modellata da Agostino Cartuccia con uno stile liberty-romanico che semplifica l’assedio di due molli dracene a un fiore resistente; il corpo-paesaggio, da bagnante fauve, eseguito da Sandro Bisonni forse con qualche riferimento alla morfologia ondulata della terra marchigiana; e il comune omaggio, pur diverso nei modi, di Mauro Mazziero e di Sandro Messi al brigante Bellente, che, nell’immaginario popolare, esprime la nostalgia per un rapporto libero con la natura, quale si trova anche nel famoso Gramigna di Verga.Ognuna a suo modo queste opere si propongono di andare all’aperto, di cogliere ora nei sentieri alti della storia dell’arte ora in una pittura che ricorda, invece, gli ex voto o i carretti decorati per le fiere di paese, una spontaneità senza retrogusti. La natura comincia dentro di noi, ma va cercata e fatta crescere con la memoria: allora essa si salda al nostro fare, e questo a quello d’altri, come avveniva quando erano le comunità, e non solo le fortune dei singoli (comunque effimere), a costruire i paesi. Per questo l’installazione di Giulio Perfetti, ove pensosi individui in cammino percorrono il simbolo dell’infinito, ci fa avvertire qualcosa di profondo, portato a contatto con la nostra realtà; mentre l’aquilone di Donatella Fogante sembra indicare una via di ricerca che fissa, su una delle porte carraie d’Appignano, l’impulso a uscire «pei viottoli dei campi» unendo l’opera umana alla natura secondo traiettorie a venire, ma già visibili: «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole».

Roberto Cresti

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All’infinito – 2011
Bassorilievo in terracotta smaltata
struttura in ferro – cm 270 x 80. Il lavoro consiste in una installazione scultura, composta da piastre in terracotta smaltata bianca che formano il simbolo matematico dell’infinito. In alcune di esse sono state plasmate delle figure umane che rappresentano il moto perpetuo della vita nel suo incessante rincorrersi di epoche e di stagioni. Tra esse si distingue un viandante fermo nell’atto dell’orinare, il Bellente no-global che parla alle nuove generazioni e le invita a rifiutare il qualunquismo del procedere, ad ascoltare i propri bisogni contro il conformismo dilagante che annulla le diversità culturali.