Gocce d'infinito

Rivivere l’antico nei materiali naturali, rivisitando la tradizione per conciliare le moderne tecniche di produzione con le esigenze estetiche, è la coraggiosa scelta che Nice&Square porta avanti da tempo nel rispetto e nella valorizzazione dell’ambiente. Lo show-room ha aperto i propri spazi ad un evento-performance dell’artista Giulio Perfetti in collaborazione con la compagnia milanese del Teatro del Contagio. La mostra ‘’Gocce d’infinito’’, è una istallazione sul tema del rapporto uomo-natura. Nelle architetture dello show room dipinti su lamiere corrose dal tempo ed incisioni su ardesia faranno da cornice alle stelle ermafrodite, piccole sculture in terracotta smaltata, ed alle gocce d’infinito, monadi spirituali in cui è racchiusa la ricerca visiva e cognitiva dell’uomo che si interroga sull’universo. Nella serata inaugurale, all’interno dello spazio espositivo il Teatro del Contagio ha animato un’ interazione attiva con il pubblico, entrando in un vero e proprio percorso sensoriale.

Gocce d’infinito – video

Il video dell’ evento-performance della compagnia milanese del Teatro del Contagio:

danza: Marcella Fanzaga

attori: Carmen Chimenti

musica: Riccardo Minnucci

regia: Omero Affede
 

GOCCE D’INFINITO.

 L’Universo, turbine di frammenti d’ Ossi-moro cosmico in un campo di papaveri,  è più che altro uno stridore di vita, o di morte…il che è lo stesso  giacché cambiando l’ordine degli addendi, il risultato di un perenne scricchiolio d’ossa corrose  dal tempo , non cambia. “siamo come le foglie che la primavera fiorita fa nascere e ogni giorno moriamo”. Un sogno d’ombra è l’uomo”.  Le gocce dall’alto, come tante Cariti di pietra, scavano la pietra mentre l’accarezza, la trafora di luce mentre la  rallegra. Allora…allora…  timé,  timé, timé, timé, Anìmula, vàgula, blàndula, liquida pietra, cuore, fuoco che s’ingoccia tra un fegato di legno e un polmone di metallo, lasciati accogliere nuovamente nel seno dell’immenso, come un vagabondo, danza con le quattro stagioni  a ritmare il flusso della vita come una semplice variazione sul tema della morte… solo così si può procedere alle stelle, mentre sotto di noi, come dice Majakowskij, “il mondo e le sue mille chiese hanno intonato il Requiem”.

 La goccia d’infinito è una monade, sostanza attiva e indivisibile che rispecchia tutta la realtà. Luogo di una coincidentia oppositorum, è l’antico che si riverbera nel presente e s’infutura, è l’eterno cerchio mandalico dove le tre estasi temporali coincidono nell’istante liquido pietrificato. Il tutto ci riconduce ad una massima taoista laddove si trova ad affermare, perentoriamente, che è imparando a vivere, e quindi a morire, oggi, che si impara a vivere, e quindi a morire, per l’eternità.

Ma perché il mito di Niobe, di Afrodite, delle Cariti –triplicazione luminosa di Afrodite o di Ecate nella figura di Aglaia, l’ornamento, Eufrosine, la gioia, Talia, l’abbondanza-  il mito di Pirra e Deucalione, tra i tanti che avremmo potuto scegliere? In verità questa  scelta non è obbligata

perche ogni mito, nel suo tramandarsi in forme e contenuti sempre mutevoli ed organici, in qualità di racconto poetico breve, trans-luce in sé  una goccia d’infinito all’interno della quale le divinità personali, nella sostanza, rimandano tutte ad un'unica realtà scandita al ritmo cosmico della creazione e della distruzione; sul piano del labirinto umano l’io è anche l’altro, l’altro è anche l’io…ma “che l’io e l’altro non siano più in contrapposizione è la vera essenza del Tao. Solo questa essenza, che appariva come un asse, è il centro del cerchio che risponde ai mutamenti perenni”. Nel contesto performativo, la danza del labirinto è l’espressione dell’universo come un tutto dinamico e inseparabile; ma tutto ciò implica il  non fare, il lasciar accadere, il lasciar essere , il lasciare che le cose si disvelino dal loro fondo di relazioni costituenti,  il lasciar essere l’evento; ogni cosa, ogni forma, ogni sostanza è tale in quanto dis-velata e il disvelamento è apertura, ascolto. L’essere è relazione disvelante di un soggetto che accoglie il proprio oggetto; l’evento emerge da questo fondo di  relazione senza storia.

 
Omero Affede