Profilo

A che cosa dobbiamo la sua iniziazione al mondo dell’arte?

Scoprii di essere sensibile all’arte a cinque anni, quando mio fratello usò un mio disegno per soffiarsi il naso. Quel gesto mi segnò la vita, soprattutto fece nascere in me l’orgoglio di artista. Con il passare del tempo, spinto dagli insegnanti, decisi di coltivare le mie velleità artistiche iscrivendomi all’Istituto d’arte, una breve parentesi all’Accademia e poi l’ingresso nel mondo del lavoro: studi di architettura, laboratori di falegnameria, vetro e pietre dure, partecipazioni a numerosi eventi artistici del territorio e nazionali.

Quello che nutre per l’arte è un amore univoco o un matrimonio itinerante?

Non ho mai perso il senso ludico della ricerca. Sperimentando varie tecniche e materiali nel mio lavoro cerco di ripercorrere l’esperienze delle avanguardie storiche con la sana curiosità del nuovo, attualizzando o trasgredendo la tradizione. Sono molto attratto dal digitale, capace di metabolizzare emozioni quotidiane entro cornici globali. Considero la tecnologia uno strumento di scoperta personale e sociale, un ampliamento delle possibilità immaginative di ciascuno. Le partecipazioni in rete permettono lo scambio ed un continuo confronto al di là di ogni limite geografico o culturale. Per me è il vero esperanto, immediatamente comprensibile a tutti.

Crede che la sua arte possa trasmettere forme di conoscenza?

Gran parte del mio lavoro parte da una riflessione, anzi una meditazione, sugli archetipi comuni a molte civiltà del passato che continuano a fluire, incompresi, nel nostro immaginario: il simbolo dell’infinito, la spirale, il cerchio, il labirinto. Sono fonte di continua ispirazione proprio perché molteplici sono le loro valenze di significato. I simboli costruiscono l’architettura teatrale dell’esistenza umana ed il tentativo dell’artista è quello di spingersi sempre più avanti per dilatare all’infinito la ricerca della meraviglia attraverso peregrinazioni metaforiche.

Quale posizione riserva alla figura umana all’interno della sua opera?

L’uomo che rappresento è come ritratto nella caduta libera della percezione. E’ circondato da segni e da simboli, messaggi che provengono dalle situazioni esistenziali in cui è immerso, non domina la materia, non si staglia sullo sfondo, percepisce di esistere perché si pone delle domande. All’uomo, come al colore, riservo uno spazio ristretto, quasi claustrofobico e senza nessun appoggio. La distanza è il fulcro che mi impongo con rigorosa austerità, c’è sempre una infinita distanza dal senso le cose. Nelle mie creazioni ricorrono spesso i motivi della testa sospesa e del cono visivo, un richiamo forte all’attività introspettiva dell’uomo. La mia è una pittura che tende consapevolmente alla scrittura, ogni intervento è un segno linguistico che si sviluppa in un cammino parallelo a quello della poesia visuale.

Colore e forma, quale possibile soluzione di continuità?

E’ stato il dilemma delle avanguardie e continua ad esserlo ancora adesso che la definizione di arte si è estesa a tutti gli ambiti dell’ espressione umana. Le mie opere hanno una apparente composizione equilibrata ed armonica, dico apparente perché nascono comunque astratte. Cerco una pittura mossa e variegata, graffita a tratti e stratificata nel colore e nei materiali, così come è la storia dell’uomo.

Può definirsi un cybernauta felice o un rassegnato prigioniero della Rete?

La mia frequentazione della fotografia digitalizzata e dell’art-web è iniziata nel 2000, come prosieguo naturale della ricerca che stavo svolgendo nel Concettuale e contemporaneamente nella esperienza lavorativa di designer. La globalizzazione in cui siamo immersi fà dell’esistenza un eterno transito verso i ‘’non-luoghi’’, cioè verso ambienti e situazioni non più distinguibili perché altamente omologati in ogni angolo del pianeta, eppure la sfida che vedo nell’arte digitale è proprio quella di indagare la posizione ontologica dell’uomo nello spazio, il significato del suo relazionarsi all’ambiente in cui è immerso in una deformabilità e trasformabilità infinita.

A quali nuovi orizzonti intende aprire la sua ricerca?

Mi stimola molto l’idea di creare percorsi sensoriali per opere da costruire in fieri con un pubblico che interagisce come attore in luoghi non accademici, come spazi naturali di cui far rivivere la storia passata o contribuire ad esaltare la bellezza. Ho collaborato con musicisti, poeti, filosofi e negli ultimi tempi con la compagnia del Teatro del contagio di Milano. Negli ultimi tempi mi sono dedicato allo studio della luce e della sua multiforme presenza in ogni atto performativo.

Muovendosi tra le grandi lezioni dell’arte moderna per passare alle suggestioni di quella contemporanea e alla sperimentazione in rete, Giulio Perfetti ha attraversato un variegato percorso all’insegna della costante curiosità e del piacere della scoperta. Dopo irregolari e insoddisfacenti studi accademici, dagli inizi degli anni ’90 inizia la pratica della tecnica mista su carta, ferro, legno e terracotta. Gli sfondi, sovraccarichi e con una prevalenza di toni caldi nelle prime opere, diventano gradualmente monocromatici, appena intervallati da effetti chiaroscurali ed interventi di graffittismo che mettono in risalto la pienezza e l’assolutezza dello spazio percepito. Se i soggetti scelti possono ricondursi al grande contenitore del Concettuale, le scritte e le cromie impiegate riconducono a quella scienza del segno praticata da Osvaldo Licini per oltre mezzo secolo alla ricerca di una sintesi perfetta tra il rigore geometrico e l’esaltazione intimistica del colore, come pure al divertimento ingegnoso dei Dada dei ready –made nello stravolgimento di citazioni colte, quali i soggetti ripresi dalla pittura aulica del Parmigianino, un contatto con la classicità recuperata come gesto ( ‘’Tondi doni’’).

    Evidente è l’intento di trastullarsi nella decontestualizzazione di cult visivi, come i fotogrammi del Duce, riducendoli ad un fluire di forme immerse nel colore; piccole mani emergono dal fondo a suggerire l’occasione per giocare in una dimensione fantastica di peregrinazioni metaforiche e reali. Le immagini sono istantanee e si sottraggono al tempo descrittivo, aumentando così la loro carica evocativa. E’ l’ovale la forma che maggiormente delinea la volontà di allinearsi con l’eleganza formale delle vette del Cubismo, come Picasso e Braque, ma attraverso la visione della contemporaneità (‘’Amo’’, ‘’Artista a-corale’’, ‘’O-vale’’).

   Ricorrono spesso i motivi della testa sospesa e del cono visivo, un richiamo forte all’attività mentale ed introspettiva dell’uomo in mezzo ad un indistinto mare di riferimenti alla sfera erotico-genitale, ad archetipi come la spirale, all’otto rovesciato simbolo matematico dell’infinito. E’ una pittura che tende alla scrittura, ogni intervento, apparentemente un automatismo, è un segno linguistico che si sviluppa in un cammino per molti versi parallelo a quello della poesia visuale, un momento speculativo dello scambio interno-esterno. Complessi e casuali ad una prima impressione, i segni rimandano ad un codice, a volte narrano, a volte alludono a direzioni e dimensioni. E’ proprio il segno che lo avvicina ad una certa gestualità che richiama sia il Surrealismo che l’Informale. Le scritte che figurano di tanto in tanto, ora illeggibili come in Cy Twombly, ora fuse alle immagini come in Gastone Novelli, non sono didascalie ma frammenti di pensieri.

      L’arte concettuale presuppone l’investigazione dell’idea stessa di arte e la  liberalizzazione dell’attività artistica in senso lato, come hanno dimostrato le varie correnti sviluppatesi dagli anni ’70 in poi. Il Concettuale è un’operazione di stampo narrativo a cui fanno da sfondo il vissuto dell’artista e il contesto in cui vive. Se l’atto inconscio del creare immagini è un potente mezzo per scoprire un significato nel sociale, l’ aspetto più importante nella genesi di un’opera è l’attività intellettuale che essa genera. Perfetti non rinuncia ad alcuna invenzione purchè questa sia sempre riconducibile nelle dimensioni e nelle strutture della pittura (‘’Beato’’, ‘’Santo’’, ‘’Danno’’, ‘’Pesca miracolosa’’, ‘’CCCpero’’, ‘’1+1=2’’).

      Dal 2000 l’artista inizia la frequentazione della fotografia digitalizzata e dell’art-web, prosieguo naturale della sua ricerca nel Concettuale e della sua esperienza quotidiana di designer professionista. Ne nasce una sequenza di opere in divenire in cui l’indagine è ancora incentrata sulla posizione ontologica dell’uomo nello spazio, sul significato del suo relazionarsi con l’ambiente in cui è immerso. Il definitivo sfondamento dei confini tradizionali dell’arte ha portato, attraverso l’uso di materiali e tecniche alternativi, all’elaborazione di nuove procedure operative e ad un sempre maggiore coinvolgimento della realtà oggettuale quotidiana. Tra i nuovi linguaggi quello della fotografia ha di certo rappresentato sin dagli inizi una delle controversie dominanti dell’arte moderna, un mezzo che ha sollevato tutte le varie problematiche correlate alla rappresentazione, all’astrazione, alla dimensione e al metodo. Se la fotografia tradizionale mirava alla realizzazione di ‘’buone immagini’’ che potessero in qualche modo competere con la mimesi pittorica, dagli anni ’60 in poi si è assistito ad una esperienza di coinvolgimento diretto del reale, inteso sotto forma di oggetto o di ambiente.

     La fotografia si è dunque posta nella nuova prospettiva della frontalità del reale, ed allo stesso tempo ha assunto il ruolo di un’estetica tecnologica alternativa a quella della manualità. L’artista che si avvale della fotografia attua una ricostruzione simbolica del reale secondo modelli pittorici, si pensi alla definizione che già Cocteau dava delle rayografie di Man Ray come ‘’pitture di luce’’; egli è un medium fisico-concettuale che instaura relazioni con le componenti della memoria e della manipolazione temporale annotandole su un diario visivo, il registro fotografico appunto (serie ‘’Strutture per la ricerca dell’equilibrio dell’essere’’, ‘’The end’’).

    Se lo sfondo diventa diffuso ed illusorio come a riprodurre le luci artificiali dei luoghi di incontro e di lavoro, la costruzione dei piani si fa più complessa e distribuita in una multidimensionalità. I soggetti sono sfuggenti e in movimento, apparizioni luminescenti che sembrano accennare ad una fuga dallo spazio circoscritto in cui sono delimitate. Si pensi all’indagine condotta sullo spazio geometrico dal Futurismo ad oggi. La geometria assume un preciso significato per la stretta relazione che intesse con lo spazio sociale essendo essa strettamente legata alla problematica del potere e del dominio, come mostrano le Archipitture di Osvaldo Licini, gli Studi di nudo di Francis Bacon, in cui l’indicazione spaziale geometrica a definizione lineare  si risolve in un gabbia metafisica dove sono costrette le figure ritratte, o lo smarrimento di alcune opere di Jasper Johns, in cui in un campo visuale instabile ci si interroga su cosa accada alla percezione quando l’occhio e la mente sono al lavoro contemporaneamente.

       Nella continua evoluzione della sperimentazione artistica del Web le pratiche artistiche in rete manipolano a diversi livelli semantici informazioni e atti di rielaborazione di icone preesistenti, come fossero  semplici processi facilmente imitabili e socializzabili. La globalizzazione in cui siamo immersi fa dell’esistenza un eterno transito verso i ‘’non-luoghi’’, come direbbe il filosofo Marc Augè, cioè verso ambienti e situazioni non più distinguibili per la loro elevata omologazione in ogni angolo del pianeta.

   Si innescano in tal modo delle reazioni a catena attraverso l’accumulo e lo scarico violento di energie che confluiscono in una enciclopedia del luogo comune. La realtà è proposta come occasione esperenziale di relazioni nel ‘’qui e ora’’ dello spazio e racconta una storia che spesso è autobiografica. Diventando infraconcettuale, l’arte non si limita più a utilizzare la concatenazione segno-significato-significante, ma accede alla diversità dei linguaggi sovrapposti cercando una conversazione di contemporaneità. A ragione l’arte in rete potrebbe definirsi environment, riprendendo un termine coniato negli anni ’60, per indicare ‘’un’arte in cui si entra’’ e che subisce l’influenza dello spettatore perché il pubblico è chiamato a interagire con l’opera ideata.

Mai prima d’ora il modello esterno, il mondo in cui viviamo, è stato tanto minacciato. È ora il momento di abbandonare la meditazione sulla natura per sostituirla con una meditazione sulla cultura

 

Paola Consolati