Esprit de finesse

Racconti di Marca

GIULIO PERFETTI. APPUNTI PER UNA PAGINA CRITICA

 Ho conosciuto Giulio in quel dinamico parterre di artisti e critici, che è il Laboratorio 41, animato con intellige­nza da Alessandro Le­anza.

In realtà, prima dell'artista, ho conos­ciuto le sue opere; sin da subito, mi ha colpito rigore e sforzo interpretativo, ben sopra il grosso della produzione in circolazione negli ultimi anni. Sul cosiddetto “meccanico dell’arte” non serve qui dilung­arsi: l’operosità di Giulio parla di un’abi­lità qualificata dal punto di vista tecn­ico, una competenza del fare, che, svol­gendosi, trova le sue regole interne - secondo l'attuale lezione del filosofo Pareyson. Ciò consente all’artista maceratese di amplia­re il ventaglio di scelte espressive, fino a proficue escursioni, comprese le arti plastiche; sempre con quell’accuratezza strutturale e quella limpidezza concettuale, che conferiscono al prodotto una sua peculiare riconoscibilità.  

L'abilità manuale di­venta finezza di gus­to, esprit de finesse. A cominci­are dalla riflessione che l'artista fa del­la tradizione visiva novecentesca, muovendo da au­tori storicizzati co­me un Gastone Novelli o un Bruno Mangiat­erra fino al letteri­ng, che, usato senza un'amplificazione ret­orica e ampollosa, ricorda per primo la stagi­one del Cubismo, a cominciare dall'ovale del supporto in molte sue opere.

 I rimandi però risch­iano sempre di farci perdere la specific­ità dell'artista in questione e con essa le sue inedite possibilità. La categoria del pos­sibile in arte andre­bbe meglio sviluppat­a. Se l'arte è produzione di effetti riusciti e insoliti, d'immediata efficacia, non possiamo ridurre tutto alla maestranza di effetti. Occorre affiancare all’abilità tecnica quello che Argan definiva il "pensiero visivo", - giacché, l’esperienza estetica è pur sempre una forma raz­ionale di conoscenza attraverso forme riuscite. Il possibile in arte è allora la misura fra effetti e pensiero, fra esperienza sensoriale prodotta e prodotto intellettuale.

 Di fatto, l'arte di Perfetti è quella in cui l'esperienza è sempre filtrata da una forte componente riflessiva. Egli mette in atto una retorica di segni, suadente, piana. La tonica dei suoi lavori è un dispiegar­si attento su un fondo chiaro di forme geometric­he. C'è un'eleganza ontologica, mai ampo­llosa, propria di un pensare la regolari­tà del mondo, la sfe­ricità che si fa da una goccia, l'essenz­ialità che ridà il mondo in una formula o simbolo matematico. Un’eleganza che prende congedo da eccessi linguistici o da un bramare che sconf­ina nella follia (Sehnsucht).

A riguardo, c'è poi la dimensione antropologica dell’uomo collinare. Da queste nostre parti la riflessione sul mondo è, come ritroviamo in Giulio, una rifles­sione che scollina, non impreca, non è sovrumano dolore; guarda il mondo e alla fine abbraccia e tiene insieme l'i­nfinito; sempre senza esage­razioni -anche il roboante e avanguardista Futuri­smo da noi, con Pannaggi e compagni, diven­ta più addomesticato e bonario: si veda certi 'burberi' ritratti di Cleto Ca­pponi, per esempio Il re del Siam.

Così il lin­guaggio di Perfetti porta con sé, lentame­nte come un fiume, po­tenzialità attinte da lontani siti e nel trasportarle le lav­ora in proprio. Lonta­no dalla nevrastenia metropolitana, l'arte in provincia si distende, approfondisce­ e alla fine produce eccelle­nze maturate lentame­nte. Così è il lavoro di tanti artisti che hanno scelto luoghi più appartati rispetto al centro. Così lo stesso Perfetti. La ricerca in lui non può che aver tempi distesi e i tratti della eleganza sostanziale: luminosità di un saper fare elettivo, geometrismo come linguaggio dell’anima, riflessività che guida la mano e impedisce di oltrepassare il limite espressivo e viceversa la mano che impedisce di scadere nell’intellettualismo.

 Qu­esto mi pare lo spirituale, il meccanismo generatore di un autentico, un debordante che va ben oltre i soli addetti ai lavori. Di là dal dato filologico o di analisi semiologiche, una simile filosofia, nel suggerire interne possibilità e enunciati interpretativi, attrae. Chiama a sé collezi­onisti, estimatori, critici.

Quanto basta per prendere in doverosa considerazione una simile eccellenza.

Gabriele Bevilacqua, maggio 2017